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Perché scrivere a mano nel terzo millennio

Perché scrivere a mano nel terzo millennio? A questo quesito ho cercato di dare una risposta durante l’incontro Zoom del Coordinamento tecnico delle Learning City a cui hanno preso parte referenti politici dei Comuni e parlamentari che hanno manifestato il proprio impegno a favore del progetto per candidare la scrittura manuale corsiva come patrimonio immateriale dell’umanità tutelato dall’Unesco.

Scrivendo a mano noi diciamo direttamente agli altri e innanzitutto a noi stessi chi siamo, e ribadiamo la nostra irriducibile singolarità in un mondo che, se da una parte sembra darci infinite possibilità di apprendimento, dall’altra pare uniformarci al punto da farci diventare delle anonime serie di lettere o di numeri su una tastiera di un pc. 

La scrittura a mano, e in special modo in corsivo, è quindi naturalmente uno degli elementi che identificano il nostro essere persone singole e uniche, il nostro riconoscerci comunità nella diversità reciproca.

E questo anche perché, come affermano studi scientifici, lo scrivere a mano fissa le informazioni nella mente, aiuta a memorizzarle, comporta una abilità cognitiva di selezione e rielaborazione personale delle informazioni, in definitiva ci fa appropriare come noi vogliamo, e quindi in modo autonomo e autenticamente nostro, di quello che studiamo, esaminiamo, progettiamo. 

È attraverso questo processo che non può che essere manuale che iniziamo a elaborare una idea, un pensiero, un concetto, che tenti di essere creativo.

Sembra quasi a volte, infatti, che un processo veramente creativo, che inevitabilmente inizia sempre come un qualcosa di evanescente e astratto, non possa fare a meno di concretizzarsi passando in qualche misura per oggetti come, per esempio, la carta e la matita, ossia non riesca a rivelarsi compiutamente se non con un gesto fisico che colleghi in un tutt’uno mente, cuore e mano con quegli strumenti che da secoli contribuiscono a forgiare le idee degli uomini in un inesausto corpo a corpo tra i loro pensieri aurorali e la loro concreta espressione finale.

La scrittura manuale, quindi, contribuisce indubitabilmente a metterci in contatto con alcune di quelle che sono le parti più profonde della nostra psiche attraverso un movimento fisico che trae origine dalla nostra mente.

Per questo motivo è fondamentale che la scrittura manuale venga insegnata e valorizzata a scuola, e in special modo nelle classi dei bambini più piccoli, perché permette di condurre fin dalla più tenera età un percorso di apprendimento più completo e inclusivo, in cui attraverso l’uso della motricità si tendono a sviluppare maggiormente doti mnemoniche e di apprendimento dei contenuti che saranno poi utili in futuro.

Non è un caso, infatti, anche se paradossale, che, come evidenziano diversi pedagogisti, i primi a non usare il computer e quindi a servirsi della manualità nell’apprendimento siano innanzitutto i figli dei dirigenti di multinazionali dell’informatica come Apple o Google.

Con questo, ovviamente, non si vogliono demonizzare o anacronisticamente mettere al bando tablet, telefonini e tastiere, ma, più consapevolmente, recuperare e valorizzare le peculiarità della scrittura manuale, che una volta acquisite diventano per chi le apprende da bambino una ricchezza di abilità a cui attingere durante la vita adulta.

Ed è quindi con questo spirito di salvaguardia, valorizzazione e promozione della scrittura manuale che condivido l’iniziativa di proporre l’iscrizione della scrittura manuale in corsivo nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità da parte del Coordinamento nazionale delle Città UNESCO dell’Apprendimento.

Tale iniziativa, come già opportunamente notato dai promotori, non potrà che avere carattere transnazionale, in quanto non riferibile a una specifica lingua ma a una abilità antropologicamente universale. Logica conseguenza di questa dimensione transnazionale dovrà essere quella di individuare una nazione capofila della proposta e che credo debba essere individuata in uno degli stati che si affacciano sul Mar Mediterraneo, sia per precedenti riconoscimenti assegnati a candidature simili incentrate su altre zone geografiche del nostro pianeta, come la penisola arabica o la Cina, sia per ragioni storiche di comune discendenza di diverse scritture alfabetiche dal comune antenato fenicio.

Perché la candidatura possa avere successo, inoltre, occorrerà che venga sostenuta da un campo largo di attori, istituzionali e non, che dovrà essere anch’esso necessariamente transnazionale.

A questo proposito, quindi, credo sarà opportuno organizzare un Comitato Promotore transnazionale, appunto, che potrebbe essere guidato da organizzazioni italiane e sostenuto da rappresentanti parlamentari e governativi.

Solo così, infatti, dimostrando spirito di inclusione e adeguato sostegno istituzionale, si potrà essere credibili nel tentare di far avanzare la candidatura e condurla a buon fine.

Occorre, in definitiva, fare squadra, e, di conseguenza, promuovere ciò che ci unisce al di là delle divisioni nazionali.

E la scrittura manuale in corsivo è un evidente esempio di questa unione tra popoli che attraverso una comune pratica hanno prodotto e forgiato molte di quelle che sono oggi le basi delle loro tradizioni che li fanno essere ciò che sono e che al contempo rappresentano un patrimonio documentale eccezionale, come ben sappiamo noi italiani che custodiamo nei nostri archivi, nelle nostre biblioteche, nei nostri musei alcune delle testimonianze più preziose e affascinanti della scrittura manuale.

Per quanto mi riguarda, quindi, ribadisco di essere a disposizione per promuovere tra i miei colleghi parlamentari, e in special modo tra i miei colleghi deputati delle commissioni competenti, nonché a livello ministeriale con chi di dovere, la candidatura della scrittura manuale in corsivo a patrimonio immateriale dell’umanità dell’UNESCO.

Infine, per concludere questo mio breve intervento, permettetemi di citare due grandi figure letterarie del nostro paese: Italo Calvino e Guido Cavalcanti.

Sette secoli separano questi due uomini che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra cultura, eppure nelle parole di Calvino si trova più di un contatto tra di loro, e in un caso specifico questo contatto passa proprio attraverso la scrittura manuale.

Calvino, infatti, notò che Cavalcanti fu il primo poeta a considerare gli strumenti della scrittura e i gesti della propria attività come il vero oggetto della propria opera, e questo in un sonetto, “Noi sian le tristi penne isbigotite”, in cui a presentarsi fin dal primo verso sono le penne e gli strumenti per intagliarle che, al posto del poeta troppo disperato per farlo, si rivolgono direttamente al lettore perché “la man che ci movea dice che sente / cose dubbiose nel core apparite”.

In questo splendido verso, “la man che ci movea dice che sente”, ancora dopo sette secoli riconosciamo inconfondibilmente il gesto che si compie scrivendo manualmente, un gesto che Cavalcanti esprime mirabilmente scandendo il verso con tre verbi consecutivi che restituiscono insieme quanto di fisico, di mentale e di interiore caratterizzi la scrittura manuale. 

Facciamoci anche oggi guidare da questa mano e iniziamo insieme un percorso per rendere concreta a livello internazionale la tutela e la valorizzazione della pratica della scrittura manuale corsiva.

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